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Clima, per la Terra è il momento d'agire


Link al video sul canale You Tube di sarasjodin.com, video pubblicato il 17 dicemre 2018: https://www.youtube.com/watch?v=oDZWpmYj38U

Il 2018 è stato l’anno più caldo dal 1800 ad oggi per l’Italia. Con una anomalia di +1,58 gradi sopra la media del periodo di riferimento (1971-2000). E' quanto ha segnalato Michele Brunetti, responsabile della Banca dati di climatologia storica dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima del Cnr-Isac di Bologna. Dal Cop24 emergono ancora tanti punti interrogativi e gli obiettivi da raggiungere entro il 2020, come da accordi del Cop21 di Parigi del dicembre 2015, sembrano lontani. Per capire meglio cosa sta veramente succedendo abbiamo deciso d'intervistare due dei principali ricercatori e divulgatori italiani in materia di clima.

Partiamo da Luca Mercalli - meteorologo, divulgatore scientifico e climatologo - e presidente della Società Meteorologica Italiana (guarda pilloledimercalli e nimbus.it).

Dott. Mercalli, cosa sta succedendo al clima globale?
"Il clima del pianeta sta cambiando. Tutti i dati ufficiali ci dicono che esistono anomalie climatiche in tutto il mondo. Un problema che conosciamo da più di 30 anni. Da quel 14 giugno 1992 quando fu sottoscritta la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), prima risposta globale alla sfida dei cambiamenti del clima".

Siamo ancora in tempo per invertire questo trend negativo?
"Siamo entrati nel periodo delle conseguenze per il clima. Così come Churchill nel novembre 1936 dichiarò al popolo della Gran Bretagna, in vista di una possibile Guerra mondiale. I segnali che ci indicano questo cambiamento sono noti. Ma noi li abbiamo sempre ignorati. Non siamo più in tempo per cambiare quello che è stato fatto. Il danno è insanabile. Possiamo lavorare però per impedire che il problema diventi ancora più grande e drammatico. Oggi l'incremento medio delle temperature globali, avvenuto nel corso dell'ultimo secolo, è di circa 1°C ed anche con le migliori tecniche di riduzione delle emissioni arriveremo entro fine secolo a 2°C d'incremento e 50 cm di livello marino in più. Questo per effetto del ritardo nell'applicare politiche ambientali. Ma se continueremo a non fare nulla si arriverà nel 2100 a ben 5 °C, con un aumento delle acque di oltre 1 metro, uno scenario ben più ostile alla vita dei nostri figli e nipoti".

Che cosa devono fare le istituzioni politiche?
"Ci vuole uno sforzo senza precedenti. Oggi però si sta ancora parlando delle cause e non come rimuoverle. La Cop24 ha fatto intravedere qualche passo avanti in termini di 'burocrazia climatica'. Ma questi sono solo pezzi di carta.Ogni governo deve agire lavorando a livello pratico per ridurre il riscaldamento globale ed il livello di CO2 in atmosfera. Più si perde tempo e più sarà faticoso sanare il malato. La scienza da tempo lotta contro indifferenza e negazionismo, ma con effetti scarsi. Forse gli scienziati devono entrare in politica, così come nell'ottobre 2017 tre premi Nobel hanno detto".

Che cosa può fare ogni singola persona nella propria quotidianità?
"Serve da parte di tutti una sferzata d'azione. Le tecnologie per affrontare le sfide ci sono. Ad esempio ci sono le fonti energetiche a basse emissioni di carbonio, i veicoli elettrici funzionano, sappiamo coltivare in modo più sostenibile. Dobbiamo metterle in pratica per ridurre qualsiasi forma di spreco. Ma ci vuole una coscienza, che oggi non c'è. Nei miei ultimi due libri lo dico: 'Non c'è più tempo. Come reagire agli allarmi ambientali' del 2018 e 'Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza... e forse più felicità'. E' evidente che il solo cittadino può fare molto ma è necessario che la politica faccia il proprio lavoro. Serve leadership".

Crede che siano stati fatti errore dal punto di vista comunicativo?
"Sì, dal punto di vista comunicativo sono stati fatti tanti errori, sfruttati anche da diverse lobby. Ma non diamogli tutte le colpe. C'è un aspetto atropologico nell'uomo che lo spinge a minimizzare di fronte a un orizzonte catastrofico o ad una percezione di minaccia imminente. La ricerca di stigmatizzare il mito di Cassandra, condannata a prevedere sventure ma a non essere mai creduta. Il mio concittadino Primo Levi diceva all'alba della prima guerra mondiale: "Tutti sapevamo che si sarebbe arrivati al conflitto. Ma abbiamo messo in piedi una cecità volontaria. Vedere dopo è troppo tardi".

Antonello Pasini è invece un fisico-climatologo del Cnr e divulgatore scientifico (guarda il Kyoto Fisso, blog sulle pagine web di 'Le Scienze', rivista del gruppo Repubblica-Espresso).

Professore, dove sta andando il clima del pianeta?
"Geologicamente parlando, oggi siamo in un periodo interglaciale, cioè caldo. Seguendo la periodicità naturale caratterizzata da una sequenza di ere glaciali e periodi caldi dovremmo andare lentamente verso una nuova era glaciale, da raggiungere non prima di 80mila-100mila anni. Oggi però il pianeta si sta scaldando in modo anomalo e molto rapido, con un aumento che negli ultimi 100 anni è stato di circa 1°C a livello globale. Le analisi scientifiche ci mostrano chiaramente come questo aumento così repentino sia dovuto alle azioni umane sul pianeta, soprattutto alle emissioni dei cosiddetti gas serra (come anidride carbonica e metano) ed al fenomeno della deforestazione. Questo fatto, lungi dall’essere una sciagura, è invece una buona notizia. Infatti, se il cambiamento fosse solo naturale non potremmo far altro che difenderci e tentare di adattarci. Così invece, abbiamo la possibilità di agire sulle nostre azioni affinché si riducano le emissioni e si possa rallentare e infine fermare il riscaldamento ed i cambiamenti".

Qual è quindi il rischio per l'Italia?
"In generale questo riscaldamento del pianeta non vuol dire solo sudare un po' di più, ma significa soprattutto avere impatti molto forti su territori, ecosistemi e sull’uomo. L’aumento generalizzato di temperatura provocherà ondate di calore sempre più intense e lunghi periodi di siccità. Ma provocherà anche piogge forse più rare ma comunque più forti. Tutto ciò ha impatti di tipo molto variegato: dal dissesto del territorio, ad 'alluvioni lampo', da crisi idriche a disastri nelle nostre vulnerabili città, fino a problemi seri per l’agricoltura.
In Italia, in particolare, abbiamo visto un aumento di temperatura nell’ultimo secolo che è stato più che doppio rispetto a quello medio mondiale.
Inoltre, stiamo già assistendo ad una temperatura superficiale del mare in continuo aumento e questo porta ad avere più vapore acqueo e più energia in atmosfera. Le molecole di vapore acqueo rappresentano i 'mattoni' con cui si 'costruiscono' le nubi, dunque c’è più materiale per la loro formazione. Il surplus di energia che il mare trasferisce all’atmosfera, inoltre, si trasforma in energia che viene scaricata violentemente sul territorio, con le conseguenze che purtroppo tutti noi abbiamo visto anche di recente".

Però non tutti sono d’accordo. Perché?
"La comunità scientifica è sostanzialmente concorde nell’attribuire al riscaldamento globale (dovuto alle emissioni che vengono dalle combustioni fossili e all’uso improprio del suolo) i cambiamenti climatici. Sui media, tuttavia, si possono trovare vere e proprie fake news o opinioni discordi da parte di presunti esperti. Il problema è che spesso il mondo della politica non vuole ascoltare gli scienziati del clima perché ha particolari interessi (fossili) ed una visione dello sviluppo in cui l’ambiente è visto come inerte e plasmabile a piacere, un deposito da cui estrarre risorse e in cui gettare rifiuti. La scienza del clima ci insegna oggi che così non è: l’ambiente ha una precisa dinamica che risponde puntualmente a tutto ciò che facciamo e la deriva climatica (se non la fermiamo) porterà a problemi di difficilissima soluzione. Si tratta dunque di modificare il nostro modello di sviluppo per renderlo compatibile con un clima che ci consenta di evitare le conseguenze peggiori".

Che cosa è stato realmente fatto fino ad oggi?
"L’accordo di Parigi del dicembre 2015 è sicuramente un punto importantesulla strada di una soluzione comune e condivisa del problema. In particolare, in quell’accordo si scrive chiaramente che, se vogliamo evitare i guai peggiori, dovremo rimanere entro un aumento medio di temperatura di 2°C o, meglio, 1,5°C rispetto all’epoca preindustriale. Per far ciò - si scrive - la seconda metà del secolo dovrà essere ad emissioni nette di carbonio nulle. Allo stesso tempo, però, le riduzioni di emissioni dei singoli Stati non consentono attualmente di raggiungere questi obiettivi. Occorre quindi un grosso lavoro per rendere più ambiziose queste riduzioni nel 2020. Certamente, in questa situazione in cui il negoziato internazionale non consente, da solo, di porre argine al problema, credo sia indispensabile un grande movimento dal basso di presa di coscienza e azione su questo tema".

Anche l'agricoltura è minacciata dal cambiamento climatico?
"Certamente sì, e in vari modi. Gli episodi di precipitazione più violentapossono da soli fare grossi danni. Ma anche l’aumento di temperatura ed eventuali prolungate condizioni di siccità creano condizioni molto sfavorevoli. Inoltre, nuovi parassiti stanno invadendo il nostro territorio e talvolta già si sono manifestati fenomeni di 'inquinamento' da tossine che possono rendere i raccolti non più fruibili per uso alimentare. Bisognerà pensare a cambiare o spostare alcune colture, tenendo conto che in alcuni casi, come in quello della vite o dell’olivo, eventuali spostamenti più in alto o più a nord vanno pianificati attentamente con decenni di anticipo".

Che cosa deve essere fatto per cambiare l'inerzia climatica?
"Occorre innanzitutto ridurre le emissioni da combustioni fossili, che rappresentano il 75% del totale delle emissioni di gas serra. Ma il 25% delle emissioni deriva dal cattivo uso del suolo e dalla deforestazione. L’agricoltura può contribuire a creare emissioni. Non dimentichiamo che il terzo gas serra per concentrazione è il protossido di azoto e che l’abuso di concimi azotaticontribuisce a farlo entrare in atmosfera. D’altro canto, il metano (secondo gas serra per concentrazione) viene prodotto anche da risaie e allevamenti intensivi di ruminanti. Un’agricoltura più sostenibile può contribuiregrandemente alla soluzione del problema dei cambiamenti climatici".

C'è un rapporto tra cambiamento climatico e flussi migratori?
"In generale, il cambiamento climatico è una concausa importante di conflitti e migrazioni. Nel mio libro recente 'Effetto serra, effetto guerra' (ed. Chiarelettere), scritto insieme a Grammenos Mastrojeni, mostriamo come i cambiamenti del clima possano essere un fattore d'innesco di crisi conflittuali e migratorie, oppure un fattore di amplificazione/accelerazione per situazioni critiche già in atto.
Il primo caso è stato quello dello scoppio della guerra civile siriana, nata da 4 anni d'intensa siccità che ha fatto perdere tutti i raccolti agli agricoltori, spingendoli verso città in cui si sono subito manifestate rivolte per l’acqua e per il cibo. Tutto ciò ha innescato il conflitto e le migrazioni sulla rotta balcanica. Invece in Sahel, da cui arriva il 90% dei migranti che sbarcano in Italia, il cambiamento climatico va ad aggiungersi a crisi preesistenti, amplificandole e accelerandole. Qui le risorse idriche stanno diventando sempre più scarse, con immaginabili problemi per l’agricoltura di sussistenza di quelle zone: si pensi, ad esempio, che il lago Ciad ha diminuito la sua superficie di 17 volte nell’ultimo mezzo secolo. E anche il terrorismo sembra 'pescare' in queste situazioni di crisi. Recuperare i terreni degradati e desertificati del Sahel ha un costo molto basso e contribuirebbe alla soluzione dei problemi sia climatici (i terreni tornerebbero ad essere assorbitori di anidride carbonica) che conflittuali/migratori (le popolazioni locali potrebbero 'ricostruire' un’agricoltura sostenibile). Ma nel mondo si pensa a muri o a 'soluzioni' di altro tipo".

Fonte: Agronotizie
Autore: Lorenzo Cricca

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