Breve saggio sul castagno

di Francesco Ferrini

Il castagno che aveva già una larga distribuzione durante l’età del bronzo (fra il 2000 e il 1000 A.C.) fu considerato con attenzione fin da epoche storiche molto antiche, come è documentato dai classici greci e latini (Omero, Virgilio, Catone, Columella, Plinio) e precedentemente dal profeta Isaia. Attenzione giustificata non solo dalla grande importanza ed utilità dei suoi prodotti, sia legno che frutti, ma anche dalla sua funzione protettiva nella conservazione dell’uniformità del clima e della saldezza del terreno di montagna.

Storica classificazione fiorentina. In epoche più vicine, ampio spazio al castagno venne dedicato da Del Riccio (1595) nella sua opera “Agricoltura Sperimentale”, in cui propose anche una classificazione delle varietà. L’Autore descrisse anche una varietà di castagno che definì “castagna cavallina” o “riccia detta”, introdotta proprio in quegli anni a Firenze dal Duca Francesco de’ Medici. La dettagliata descrizione fatta da Del Riccio, che consigliò anche la diffusione di tale specie e il tentativo del suo impiego come portinnesto del castagno domestico, induce a supporre che si trattasse, in realtà, dell’ippocastano (Aesculus hippocastanum). Nell’opera di Del Riccio sono inoltre suggerite alcune pratiche colturali per la buona conduzione dei castagneti da legno, ricordate in seguito anche da Gallo (1596) e Clemente (1623), sull’uso del prodotto ottenuto e sono esposte le caratteristiche alimentari e medicinali delle castagne.

Tradizione popolare. La produzione di castagne ha avuto da epoche molto antiche e fino a non molti decenni orsono, un’importanza determinante sulla vita delle popolazioni di vaste aree montane della penisola italiana, tanto che Vigiani (1919), a tale proposito, affermava che soltanto chi aveva potuto osservare i riflessi dell’abbondante produzione di castagne nelle annate in cui scarseggiano i cereali, era in grado di apprezzare l’importanza socio-economica di questa specie.
Il castagno è profondamente radicato nella cultura popolare come testimoniato fra l’altro, da proverbi diffusi nella popolazione delle aree castanicole: “Quando la castagna va fallita, il montanino fa trista vita.” “Quando la castagna va fallace, il montanino fa trista pace.” “Il montanin raccoglie poco grano, e la speranza l’ha sulla castagna.” Vari poeti hanno inoltre espresso, in versi bellissimi, i delicati sentimenti suscitati da questa pianta e dai suoi frutti: ” Tu pio castagno, solo tu, l’assai/ doni al villano che non ha che il sole” (da “Il castagno” di G. Pascoli); “Le castagne sono la pace/ del focolare. Cose d’un tempo./ Crepitare di vecchi legni,/ smarriti pellegrini.”(da Canzone Orientale di F.Garcia Lorca).

Longevi ed enormi. È noto come il castagno sia una specie molto longeva ed esistono numerosi esemplari pluricentenari che hanno raggiunto una mole notevole. Alcuni di tali esemplari sono molto famosi come il castagno di Mercogliano in provincia di Avellino, che misurava 20 m di circonferenza (Piccioli, 1922). In Toscana, fino al 1800 circa, vivevano alcuni alberi plurisecolari, soprattutto nella zona tipicamente castanicola del Monte Amiata, in cui si trovano tuttora castagni maestosi e di vegetazione lussureggiante. Altri castagni giganteschi erano presenti a San Marcello Pistoiese, nei cui pressi esisteva un esemplare, descritto dal georgofilo Lastri (1780), che raggiungeva dimensioni tali da essere adottato come bettola, e nel Pratomagno, dove il Corsi Salviati (1880) segnalò una pianta a Carda, piccolo villaggio del Casentino, di 18 m di circonferenza. I castagni di maggiori dimensioni sono stati riscontrati in Sicilia e il più celebre di tutti era il “Castagno dei cento cavalli”, situato alla falde del’Etna, il cui nome, come narrano le memorie lasciate da antichi scrittori e secondo alcune ricerche fatte da studiosi italiani e stranieri, derivava dal fatto che sotto di esso si sarebbe rifugiata la regina Giovanna D’Aragona con il suo seguito di cento cavalieri. Parlatore, nel 1845, constatò che l’albero, pur manifestando segni di senescenza, forniva ancora una certa produzione, e rilevò che il suo tronco era diviso in cinque parti che, nel loro insieme, misuravano oltre 64 m di circonferenza. Secondo studiosi dell’epoca, il “castagno dei cento cavalli”, raffigurato anche in alcuni quadri di Salvator Rosa, aveva un’età compresa fra i 3600 e i 4000 anni. Piante di castagno di mole notevole, sono state segnalate anche in vari Paesi esteri, tra i quali figurano non soltanto la Spagna, il Portogallo e la Francia, nei quali è molto diffusa la castanicoltura, ma anche in altri Paesi, quali la Germania, L’Inghilterra dove era famoso il “castagno di Tortworth”, già conosciuto ai tempi di Giovanni Senzaterra e l’Ungheria (Piccioli, l.c.).  

Origini ed etimologia. Relativamente all’espansione del castagno è da porre in rilievo che l’ attuale diffusione di questa specie concorderebbe con quella che ebbe nel Miocene periodo caratterizzato da un clima simile a quello odierno. Circa la sua origine è da segnalare che reperti fossili del genere Castanea sono stati in varie parti d’Europa fino dall’epoca mesozoica, oltre che in depositi miocenici. In questi ultimi sono state ritrovate tracce di alcune specie considerate progenitrici della Castanea sativa. Sulla base di questi reperti fossili, non è stato comunque possi­bile localizzare l’origine del castagno nel continente europeo. A tale riguardo le opinioni sono discordanti tanto che, per alcuni studiosi, il centro di origine di questa specie sarebbe l’Asia minore, dalla quale avrebbe poi avuto inizio la sua diffusione. Sull’etimologia del nome Castanea, sono state avanzate varie ipotesi, peraltro contestate da De Candolle, secondo le quali “castagno” deriverebbe da “Kastanis”, città del Ponto, o da “Kastania”, villaggio della Tessaglia e “marrone” deriverebbe da “Marronea”, antica città della Tracia. Pictet (1859), sulla base di uno studio su alcune parole presenti nelle lingue europee e mediorientali, ritenne molto probabile che l’origine del nome “castagna” risalga all’epoca ariana e sia derivato dal suo involucro di consistenza quasi legnosa (“kastah” in persiano significa frutto secco). Anche se queste ipotesi non sono supportate da nessun fondamento scientifico, Piccioli (l.c.) e Fenaroli (1943) confermano che i paesi del Mediterraneo orientale sono stati fra i più antichi centri colturali del castagno, dai quali esso, si è poi diffuso in altre aree.

Classificazione storica. Si comprende come il castagno, essendo conosciuto e coltivato dalla più remota antichità, abbia dato luogo a un gran numero di varietà e forme, spesso difficili da caratterizzare scientificamente, che si differenziano generalmente per le proprietà tecnologiche del legno, per le caratteristiche morfologiche delle foglie e soprattutto dei frutti. Oltre alla classificazione empirica proposta da Del Riccio (l.c.), sono da ricordare quella proposta da Targioni Tozzetti 1856) e, successivamente, quella di Vigiani (1919) basata su due criteri distintivi, di cui uno rappresentato dalla destinazione del prodotto e l’altro dalla forma del frutto, suddividendo le castagne in tre categorie: a) ovali b) rotondeggianti c) bislunghe. Nel primo gruppo, il più numeroso, l’Autore inserì il “Marrone Casentinese” e il “Marrone Fiorentino” (caratterizzati da apice schiacciato) e il “Marrone di Chiusa Pesio” (tuttora molto rinomato) ad apice conico. In precedenza Lavialle (1911) aveva pubblicato un “Saggio di classificazione del genere “Castanea”, distinguendo tre gruppi comprendenti sette sezioni caratterizzate primariamente dalla forma del frutto, e secondariamente dallo spessore del tegumento, dal colore della buccia, e altre caratteristiche. 

Modernitò tra trascuratezza e difficoltà. Vigiani nel suo lavoro dal titolo “Per aumentare la produzione dei castagneti”(1919), sottolineava l’importanza del castagno nelle zone montane e suggeriva l’adozione di alcune pratiche colturali per rendere più produttivi gli impianti esistenti. A tale riguardo l’Autore affermava che poche specie da frutto erano trascurate come il castagno, tanto che, a quell’epoca, era quasi comune abitudine lasciare il prezioso albero senza alcuna cura creando in tal modo i presupposti per una produzione scarsa, alternante, eterogenea e poco remunerativa. Oggi, a oltre 90 anni di distanza, gran parte della castanicoltura soffre degli stessi mali d’un tempo, che sotto certi aspetti sono anche più gravi, anche per l’arrivo di nuovi parassiti e una crisi del settore sempre più generalizzata con l’abbandono della coltura in alcune aree meno vocate. Sempre più evidente appare, peraltro, la necessità e la convenienza economica di un rinnovamento castanicolo in cui, allo stato di prevalente incuria e abbandono, facciano seguito razionali indirizzi colturali che consentano al castagno di trovare, nell’economia agricola, il posto che merita e che gli spetta.

Articolo rielaborato da una nota pubblicata sul n. 3, 1990:97-100 del Notiziario di Ortoflorofrutticoltura edito dalla Società Italiana di Ortoflorofrutticoltura Italiana)

Associazione nazionale Città del Castagno
Contatti
Via Vittorio Emanuele, 9 – 55032 Castelnuovo di Garfagnana (LU) 
info@cittadelcastagno.it

cittadelcastagno@pec.it
Presidente
Coordinatore Tecnico
©2024 Associazione nazionale Città del Castagno
 P.IVA: 90006020466
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram